Un saluto a Suor Paola e a quell’Italia della domenica pomeriggio che sembrava un grande salotto condiviso. Dove il calcio era solo l’inizio della storia
Domenica pomeriggio. Il rumore di una moka, l’odore di sugo che arriva dalla cucina, la tv accesa su Rai 2. Non c’è ancora il calcio in diretta, ma in qualche modo si ha già la sensazione di stare nel cuore del campionato. Perché c’è un programma che da solo basta a riempire il pomeriggio, anche senza gol: Quelli che il calcio.
E in mezzo a Teocoli che imita Caccamo, a Brosio col microfono sotto la pioggia, e ai finti collegamenti con lo stadio, c’era sempre lei: Suor Paola, seduta in tribuna, con la sciarpa della Lazio e lo sguardo da chi sa benissimo che il tifo è una questione di cuore, ma anche di spirito.
Suor Paola se n’è andata a 77 anni, in punta di piedi come si addice a chi non ha mai cercato applausi. Ma il vuoto che lascia è quello di una presenza familiare, rassicurante, parte di un’Italia che oggi sembra lontanissima. Un’Italia che sapeva ridere senza volgarità, parlare di calcio senza isterismi, mescolare sacro e profano senza che nessuno si scandalizzasse davvero.
Suor Paola era una tifosa vera, ma con quella leggerezza sorridente che oggi si fa fatica a ritrovare, perfetta per il mondo parallelo creato da Fabio Fazio.
Oggi il calcio si guarda a pezzi, tra highlights su Instagram, telecronache robotiche e dibattiti urlati in prima serata. Mancano le pause, i silenzi, i sorrisi spontanei. Quelli che il calcio era un programma dove il pallone era la scusa per raccontare l’Italia. E chi l’ha vissuto lo sa: certi pomeriggi avevano il profumo di qualcosa che non tornerà.
Il fatto è che Suor Paola non era sola, in quell’angolo di televisione diventato un rifugio per ogni tipo di personaggio fuori dal coro. E molti di quei volti, oggi, non ci sono più.
Idris, per esempio. L’inviato juventino per eccellenza, tagliente e appassionato, capace di battibeccare con tutti senza mai diventare antipatico, che ci ha lasciati 2 anni fa. Peter Van Wood, il chitarrista astrologo che parlava di Toro e Toro (il segno e la squadra) con la stessa convinzione. In suo onore (e dei suoi pronostici sbagliati) fu creato l’Atletico Van Goof, che gli appassionati ricorderanno senz’altro. Peter è passato a miglior vita nel 2010.
O ancora Anna Marchesini, straordinaria Signora Carlo, caricatura irresistibile della moglie-tipo da dopopartita, sempre sull’orlo della crisi di nervi, molto malata e morta nel 2016. E poi Everardo Dalla Noce, l’ex giornalista del Tg2, impeccabile, con il tono da telegiornale anche mentre raccontava il posticipo dell’Ascoli. Sembrava serio in un mondo cialtrone, e proprio per questo funzionava. Anche lui se n’è andato, il 12 dicembre del 2017, poco prima dei 90 anni.
Tutti tasselli di un mosaico irripetibile, dove la domenica si guardava il calcio in differita, ma in qualche modo sembrava più viva di adesso.
Per fortuna, però, non tutto è memoria. Qualcuno di quel mondo resiste ancora, e ogni tanto riaffiora, come una canzone che conosci a memoria anche se non la senti da vent’anni. C’è Teo Teocoli, con le sue imitazioni che sembravano personaggi veri, da Caccamo a Maldini, che di recente ha detto “Non vado più in tv perché ho litigato con Fazio”.
C’è Marino Bartoletti, l’uomo che spiegava il calcio come se stesse raccontando la Divina Commedia. E c’è lo stesso Fazio, regista silenzioso di quella meravigliosa macchina del caos che era “Quelli che il calcio”, capace di gestire comici, suore, giornalisti e tifosi come fosse la cosa più naturale del mondo.
C’è ancora Takahide Sano, il giapponese tifoso del Vicenza con la passione vera e uno sguardo da eterno curioso e che oggi fa il designer in Brianza. C’è persino Paolo Brosio, che prima di convertirsi alla cronaca mariana, correva da uno stadio all’altro come un inviato di guerra. E c’è Massimo Alfredo Giuseppe Maria Buscemi, il prototipo del tifoso da bar, quello che “per la precisione”, l’antenato di un moderno Giuseppe Pastore ma con molta, molta più ironia.
Suor Paola è l’ultima a lasciarci, ma l’eredità è tutta lì, in quella tribuna occupata da un’umanità dolce, stramba, reale. E in fondo, a pensarci bene, continua a farci compagnia ogni volta che qualcuno parla di calcio senza prendersi troppo sul serio.
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